Web on the beach…

@ di sabbiaE’ stata realizzata la più grande rete wifi ‘on the beach’  in Italia, 9 km. di costa coperta, 212 stabilimenti balneari, 650.000 potenziali turisti a cui viene offerto gratuitamente il servizio (autenticazione con scratch card rilasciata dai gestori degli stabilimenti balneari). La rete si chiama Galileo (nome che non spicca certo per innovazione) ed è stata realizzata da Acantho come fornitore di tecnologie e reti di connessione.

Bella idea, ma visto che qui parliamo di web marketing, volevo per un istante riflettere sulla opportunità di estendere questo tipo di esperienze a livello ancora più ampio, dove la fornitura di un servizio di connettività, libero e gratuito (pur nel rispetto delle normative in materia di autenticazione e tracciabilità degli utenti) può dare il via al lancio di tutta una serie di messaggi di prossimità.

Analogamente a quando entriamo nella rete di cellulari di un altro paese, oppure oggi anche entrando in strutture aeroportuali ci viene proposto di ricevere comunicazioni tramite le connessioni bluetooth, quando si accede al wifi che sia di una spiaggia, di un hotel, o di un intero quartiere di una città, in cambio di un accesso gratuito ad internet, ci si potrebbe trovare ad accettare di ricevere comunicazioni pubblicitarie, advertising e non solo, nel senso che sarebbe facile, sapendo che un utente si connette all’interno di un’area circoscritta, indirizzargli anche comunicazioni di utilità (promozioni attive presso un dato punto commerciale, uffici pubblici aperti ed accessibili con le relative info.

L’accesso ad internet potrebbe essere mediato tramite un browser con barre di navigazione orientate a cogliere messaggi e comunicazioni in tempo reale dinamiche. Alla fine non occorre inventare nulla, le tecnologie e gli strumenti ci sono tutti e facilmente disponibili, si tratta di pianificare, identificare una strategia e dargli attuazione, ed ecco creata una nuova modalità di adv web.

Questo tipo di copertura dei costi, tramite sponsorizzazioni e campagne adv dedicate, potrebbe incentivare ed accellerare la diffusione del wifi praticamente ovunque; tutto sta nell’identificare il punto di equilibrio tra il limite degli utenti ad accettare di essere ‘importunati’ con messaggi rispetto al gradimento di poter accedere ad internet gratuitamente in qualsiasi punto si trovino.

Lasciatemi però sollevare una domanda, al limite nostalgica, ma esiste davvero il bisogno di disporre del wifi anche da sotto l’ombrellone, poter tenere il contatto con gli amici Facebook piuttosto che girarsi e scambiare due parole con il vicino della spiaggia… ?

Applicazioni web e mondo apps per smartphone

sistemi android contro iOS una sfida di mercato

sistemi android contro iOS una sfida di mercato

Proprio questa mattina mi sono piacevolmente confrontato con un collega di una azienda cliente, che sta valutando se realizzare una apps per integrare alcune funzionalità di accesso ai sistemi informativi della sua azienda.

Pensiamo in linea teorica che anche uno smartphone possa contenere una applicazione che permette di avere in locale (quindi anche quando non si è connessi) il database delle schede tecniche dei prodotti, che permetta di inserire note tecniche, aprire e chiudere ticket di assistenza, controllare le condizioni SLA dei clienti e poi una volta connessi, sincronizzare il tutto sui server dell’azienda…

In linea teorica è tutto fattibile ed affrontabile, ed anzi ci sono aziende che si sono in qualche modo specializzate in questo tipo di sviluppi tecnologici, ma le vere domande sono:  chi è il mio utente “tipo”?  che tipo di dotazione tecnologica possiede ? Qual’è lo smartphone più diffuso tra quelli in circolazione ?

Alla fine i sistemi operativi attualmente più diffusi sul mercato in funzione dei

mercatobusiness_smartphone

mercatobusiness_smartphone

dispositivi sono Android (che si dice entro agosto diventerà il primo per diffusione), iOS (dei dispositivi iPhone attualmente in testa alla classifica) e RIM (SO proprietario di Blackberry). Sviluppare per uno di questi sistemi operativi significa tagliare fuori gli altri sistemi e dispositivi… iPhone in questo momento significa coprire il 20% degli utenti business, il resto è diviso tra Android e RIM… ha quindi un senso sviluppare una applicazione dedicata per uno di questi dispositivi precludendone l’impiego da parte dei restanti utenti ?

Premesso che in Italia, come emerge da una recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano, ha evidenziato una forte prevalenza di apps con finalità di branding, adv e corporate communication rispetto a vere e proprie utilities…

Dal momento che l’evoluzione nel mondo delle soluzioni e apps mobile evolve con un ciclo praticamente quadrimestrale, e il rallentamento nella crescita di dei dispositivi della casa di Cupertino è evidente e sotto gli occhi di tutti.

Un altro elemento di riflessione: ha senso sviluppare apps che hanno funzioni off-line per un dispositivo che per sua stessa natura è sempre online ?

Se non si tratta di adv-games o utilities locali (tipo quelle iPasta di Barilla o Nike Running) di larghissima diffusione e distribuzione probabilmente no.

Un’ulteriore novità consiste anche nella realizzazione di applicazioni web-based che utilizzano html5 e java, per garantire notevoli funzionalità e flessibilità sia in ambito mobile che pc… Le evoluzioni in questo settore si realizzano con un ritmo sempre più accelerato, ASK si è certificata come sviluppatore per applicazioni mobile iOS e questa è una scelta per stare al passo con i tempi, ma il ruolo di consulenti ci impone al di là dei trend del momento anche di verificare la migliore soluzione per il bisogno dell’azienda che si avvale della nostra collaborazione.

Alcuni link da cui ho preso spunti per queste riflessioni:
http://latimesblogs.latimes.com/technology/2010/12/apple-now-supplying-roughly-23-of-business-smartphones-to-blackberrys-51-comscore-says.html
http://www.iphoneitaliano.org/2011/05/31/android-market-incalza-la-apple-store/
http://www.iphoneitaliano.org/2011/04/28/a-breve-il-sorpasso-del-market-android-su-app-store/
http://www.iphoneitalia.com/android-market-superera-app-store-nel-mese-di-agosto-238880.html#more-238880
http://www.businessmagazine.it/news/le-vendite-di-smartphone-android-sempre-piu-al-rialzo_33969.html
http://notebookitalia.it/smartphone-boom-vendite-2010-7567
http://www.franzrusso.it/condividere-comunicare/cresce-uso-del-mobile-in-italia/

SMM ed SMO: per molti ma non per tutti !

social media marketing social media optimizationSocial Media Marketing (SMM) e Social Media Optimization (SMO) sono alcuni degli acronimi dell’ultima generazione, quelli che strizzano l’occhio al web 2.0 con lo sguardo rivolto a quello 3.0. Ma servono veramente per fare business, la risposta è inevitabilmente positiva,  ma tutto parte da una serie di domande di base, ovvero:

- quale risultato volete ottenere da una campagna di SMM ?

- qual’è il target della vostra campagna ?

Certo perchè essere presenti su linkedin potrebbe essere un buon modo di fare una campagna di “employer branding”, aumentare l’awareness di un pubblico professionale verso le proprie soluzioni o magari anche prodotti in ottica B2B; ma nello stesso tempo essere del tutto inadatto a proporre un prodotto retail di largo consumo destinato ad un pubblico giovane.

Per quest’ultimo tipo di prodotto sono sicuramente più adeguati contesti di social network come Facebook; ma occorre andare oltre queste semplificazioni, ed iniziare a pensare l’immagine del prodotto, il taglio comunicativo generale dello stesso (ovvero quello che andrà sui media tradizionali), il concept per questo nuovo modo di fare marketing, ed anche in questo consiste il Social Media Optimization, perché quando si centra il proprio target e si riesce a stuzzicarne l’interesse la diffusione del messaggio diventa virale, sfugge quasi al controllo dei suoi ‘ideatori’ e la community si costruisce da sè. Perchè questo succede così raramente ?

Altrettanto semplice, nella maggior parte dei casi, le aziende pensano ad un prodotto rivolgendosi ai propri possibili clienti, ma con immagini e messaggi pensati per una comunicazione tradizionale e poi la stessa viene trasferita sui new media, il risultato ? La maggior parte delle volte un disastro di inefficacia.

Speriamo che l’esperienza insegni dagli insuccessi a correggere ‘il tiro’ a capire che il mondo “Social” vive di proprie dinamiche estremamente caratteristiche e specifiche, e che casi come quello di “Threadless” con quasi 300000 adepti solo su facebook non trovi corrispondenze in Italia…

Le aziende pensano che fare campagne social media marketing significhi non spendere nulla, invece se il risparmio si concretizza nel non dover spendere per il ‘canale’ o al limite spendere molto meno rispetto ai canali media tradizionali, le analisi di mercato, lo sviluppo del progetto, il concept, la progettazione e la realizzazione richiedono un investimento comunque rapportabile alle campagne tradizionali. Pensate ad una campagna ‘viral’ come quella di “Evian – Skate Babies” che ha fatto 42475000 view, ma che è stata realizzata con lo stesso impegno produttivo che avrebbe comportato la produzione dello spot per i canali televisivi.

Involvement e Commitment nel web marketing.

In giro si incontrano quotidianamente presunti esperti di Search Engine Marketing e Web Marketing, dico presunti, perché non si può pensare che si parli di MKTG a prescindere dai fondamenti dello stesso, che sono invariati sin dalla loro enunciazione, le 4 “P” di Jerome McCarthy poi riprese (e da molti erroneamente attribuite) da Philip Kotler: product, price, place, promotion.

Spesso però parlando di web marketing, di cui il SEM (Search Engine Marketing) è parte, però è più adatto rifarsi alle 4 “C” “Customer value” (valore per il cliente), “Change” (capacità strutturale dell’azienda di cambiare se stessa ed ciò che propone al mercato), “Convenience” (facilità per i clienti di trovare i prodotti e d’interagire con l’azienda), “Comunication”.

Il cambiamento di punto di vista è sostanziale, perché nel web marketing (WM) siamo sicuramente nell’ambito di creazione di un involvment per l’interlocutore di riferimento, che si trova a percepire un valore per sé del prodotto/servizio proposto, quest’ultimo anche se standardizzato, deve venire percepito come corrispondente ad un proprio specifico bisogno. Nel web 2.0 con il passaggio dalla mono-direzionalità alla bi-direzionalità interattiva deve risultare semplice trovare i prodotti ed interagire con l’azienda, il tutto attraverso un processo integrato di comunicazione.

Fare strategie di WM implica aver analizzato il proprio mercato di riferimento, studiato i propri utenti, compreso il loro modo di avvicinarsi ad internet in funzione dell’uso che ne fanno, i canali più seguiti e gli argomenti correlati a quelli che noi come azienda vogliamo proporre che possono aiutarci ad ottenere la migliore “redemption” sulla campagna in atto.

Poi come ogni buon piano operativo deve comprendere una visione strategica, un piano tattico ed azioni operative tutte coerenti e sinergiche con l’obiettivo perseguito, ciò non significa irrigidire il processo, anzi gli ‘aggiustamenti’ sono necessari, in considerazione dei ‘legami deboli’ che la rete strutturalmente propone, ma se riusciamo a conseguire il commitment del nostro interlocutore e quindi lo fidelizziamo, il successo è inevitabilmente conseguito.

Per fare pianificazione è però necessaria una visione, una cultura ed una esperienza prima di mktg tradizionale e poi di web marketing.

Come dice una famosa massima anglosassone:

The difference between ‘involvement’ and ‘commitment’ is like an eggs-and-bacon breakfast: the chicken was ‘involved’ – the pig was ‘committed”

La differenza tra ‘involvment’ e ‘commitment’ è come una colazione (all’inglese) con uova alla pancetta, nella quale la gallina è ‘involved’ ma il maiale è ‘committed’

Le fragilità di internet

Brutto risveglio questa mattina per la maggioranza dei siti italiani (si stima il 60%), nonché per i relativi servizi di posta andati in offline dopo che alle 4 è scoppiato un incendio nella zona UPS (Gruppi di Continuità – Alimentazione elettrica) della server farm di Aruba ad Arezzo.

Non vogliamo in questo caso,  fare facili speculazioni, non appoggiando siti dei nostri clienti su quella server farm, ma vorremmo parlare più che altro delle fragilità strutturali di internet che lo rendono uno strumento vulnerabile in tutte le sue ‘parti fisiche’; i siti sono appoggiati su server (computer) che si possono rompere, che sono alimentati dalla rete elettrica che si può interrompere, il segnale passa sulle reti di fibra ottica dedicate e sui nodi delle centrali telefoniche degli operatori che possono subire mille danni; ricordiamo ancora quando durante dei lavori in appennino, venne tranciato un cavo di fibra ottica e l’Italia fu tagliata in due (nel senso del segnale digitale).

Aziende senza siti online, fino all’altro giorno neppure lo avevano ed ora se sono offline per 8 ore succedono autentici psicodrammi, posta elettronica inattiva…

Al di là dell’incidente occorso, ritengo sia utile interrogarsi sulla multicanalità dei servizi web, il fatto di differenziare la presenza digitale ‘business’ di una azienda su infrastrutture tecniche diverse, ridondate ed accessibili da diversi devices. Tenuto conto dei bassi costi raggiunti dalle piattaforme di hosting, in ragione del risparmio, ha senso creare ridondanza di server in sedi e presso provider differenti, riducendo il rischio di down-time.

Se la cultura del web, almeno in Italia deve ancora crescere, il concetto di sicurezza, continuità del servizio ed altri simili, non hanno quasi iniziato il loro cammino e solo quando succedono questi episodi ci si ferma a riflettere delle sue criticità. Salvo poi, poche ore dopo la risoluzione dell’inconveniente, ricominciare come se nulla sia accaduto, ma crescerà questa cultura nelle imprese ? In fondo se il mio Blog personale resta inaccessibile per 3 giorni, non se ne lamenta certo nessuno, ma se una azienda fosse tagliata fuori dalle comunicazioni digitali per un periodo uguale? La differenza è sostanziale, ma nessuno sembra volerne tenere conto.

E Google viaggia in ‘Panda’

"Panda" il nuovo modulo di Google

"Panda" il nuovo modulo di Google

Google applica un nuovo modulo al suo algoritmo, il nome curioso ‘Panda’, ha scatenato una ridda di ipotesi nel mondo dei SEO-Guru, da affermazioni come ‘cambiare tutto per non cambiare nulla‘ a grida di allarme sul peggioramento dei risultati delle SERPs (Search Engine Result Pages), ma qual’è la verità…?

A personale avviso di chi scrive, questa modifica che si aggiunge ad altre più sotanziali introdotte nel settembre 2010 (tra cui anche le funzionalità di Google Instant)  denotano una tendenza, quella di legare maggiormente i risultati ai contenuti e sottrarli a ‘trucchi tecnici’ ed accorgimenti dei soliti ‘furbetti della rete’ .

Il web 3.0 promette di essere la concretizzazione del web semantico, le società che fanno SEO promettendo risultati eclatanti, hanno riempito alcuni siti di back-link, referrer esterni e ghost-pages, con ripetizione di ‘key-word’ per sfruttare i criteri di ridondanza e ricorrenza dei termini per scalare la classifica dei risultati delle pagine di ricerca.

Alla fine di questo percorso iniziato dal gruppo di lavoro di Matt Cutts con il Farmer Algorithm Update, vi sarà un motore in grado di ‘semantizzare’ e ‘disambinguare’ le parole chiave in funzione dei contenuti, quindi la completezza delle informazioni testuali, la coerenza delle stesse ed un “copywriting SEO oriented” saranno sempre più fattori vincenti sul web.

La domanda reale è: le società che oggi propongono servizi SEO sono pronte a rispondere a questo mutato panorama ? A mio avviso no, troppi tecnici, troppi ingegneri e pochi copy, poche persone veramente esperte di linguistica, l’evoluzione sarà veloce e come dice Leander Kahney, titolare di Cult of Mac  ” Non esisti sul Web se non sei su Google“; chi oggi si dibatte, pensando a come sta accadendo che un sito nei primi posti in prima pagina, in pochi giorni sia passato in terza o quarta pagina con le stesse parole chiave, non può più prescindere dal nuovo approccio di Google non tanto al trattamento delle keyword dei search, quando invece alle logiche linguistiche applicate alle funzioni di spidering e crawling in batch dei search engine…

L`impatto del web sull`economia

Impatto del web sull'economia italianaE’ notizia di questi giorni che Google ha commissionato al Boston Consulting Group (BCG) per valutare l’influenza del web sull’economia.

Particolare interesse suscitano i dati relativi all’Italia, dove il 2010 ha avuto un tasso di crescita del 9,4% rispetto ai dati del 2009, arrivando a pesare quasi 31 miliardi di euro, il 2% del PIL nazionale.

I ricercatori del BCG hanno identificato un target 2015 con una crescita del settore compresa tra il 13% ed il 18% arrivando a raddoppiare praticamente il peso del settore sul prodotto interno lordo italiano.

Mentre le applicazioni di eGovernment risultano abbastanza adeguate e l’evoluzione dei servizi online delle pubbliche amministrazioni ha raggiunto gli standard delle prime realtà europee, le imprese segnano il passo.

E’ su queste, sopratutto sulle PMI che la ricerca del BCG ha identificato i principali margini di crescita. Se consideriamo che il 65% delle PMI online con servizi avanzati, interattivi, con la propria rete di clienti e distributori, dichiara di avere ricavato significativi vantaggi commerciali e di produttività rispetto al 28% delle aziende online (solo con un sito vetrina) ed il 25% delle aziende offline (senza sito web).

Il gap che le PMI oggi devono colmare, sta diventando sempre più elevato, e gli investimenti devono essere adeguati, ormai il web è assolutamente multipiattaforma, occorre creare presenze aziendali accessibili da internet con cellulare, i-pad, smartphone.

Negli ultimi 3 anni le aziende attive sul web hanno visto un incremento del fatturato del 1,2% contro il -3,5 % medio delle altre aziende che non usano il web in modo produttivo.

Le aziende devono avere un approccio strategico ed operativo con internet, dovranno avere al proprio fianco società ICT organizzate e strutturate per offrire consulenza oltre alle soluzioni informatiche, credo sinceramente che il gap culturale sia di gran lunga superiore a quello  tecnologico.

Riferimenti online su cui potete trovare i dati integrali ed il video della presentazione pubblica dei dati.

CMS proprietari vs. open source

CMS wordpress joomla

CMS wordpress joomla

Vorrei condividere con voi alcune considerazioni relative all’uso dei Content Management System (CMS) proprietari, ovvero sviluppati in proprio da una software house, e quelli basati su piattaforme open source.

Si tratta di una diatriba che viene da lontano, dallo ‘scontro’ che avveniva anche anni fa tra i sostenitori delle soluzioni software proprietarie (windows in testa a tutte) e quelle open (mondo linux).

Oggi è  un fiorire di siti aziendali realizzati da web agencies che utilizzano Joomla, WordPress, OpenCMS o Drupal per realizzare il sistema di pubblicazione, tutte queste piattaforme non sono così ‘libere’ come si pensa, in realtà, esse proprio per garantire la community che le ha create, che ne cura lo sviluppo ed il mantenimento, seppur non comportando dei costi di licenza, ed essendo di ‘libera distribuzione’  implicano alcuni vincoli legati alla General Public License.

Per rispettare questi vincoli, ad esempio, la licenza non può essere venduta, quello che l’agenzia può farsi riconoscere economicamente sono le installazioni, le attività di personalizzazione, la creazione di un template grafico personalizzato, il data entry ed eventuali verticalizzazioni (ovvero soluzioni studiate e realizzate specificatamente per una azienda o un settore commerciale (ad esempio: un eCommerce specifico per il settore dell’abbigliamento con la gestione del catalogo modello/taglia/colore).

Ma…. e qui spesso si nasconde l’inghippo… ogni sviluppo DERIVATO dalla piattaforma originale sotto licenza GPL deve essere reso disponibile alla comunità, o in modo automatico (ovvero pubblicazione dei sorgenti direttamente sul sito della community) oppure a richiesta di qualsivoglia interessato.

Questo ovviamente protegge tutti i dati (testi, immagini, contenuti) pubblicati nel sito dell’azienda XYZ srl, ma non vieta ad un’altra azienda, eventualmente anche concorrente, di usare la medesima ‘verticalizzazione’ per fare un sito proprio sfruttando le personalizzazioni fatte, ma soprattutto pagate da altri.

In proposito, segnalo un interessante articolo che considera persino i temi di wordpress come soggetti a licenza GPL in quanto derivati dalla piattaforma software sottostante, e tra le altre cose, a fronte di una richiesta disattesa di rendere disponibile il codice sorgente di una verticalizzazione, il ricorrente può, senza spesa alcuna, segnalare la violazione all’ufficio legale della community GPL che provvede ad una diffida, e successivamente attraverso l’intervento presso l’authority per il mantenimento dei domini, può in breve termine pervenire all’oscuramento del sito web.

Questo mio articolo, non vuole essere una azione di ‘terrorismo psicologico’ in favore dei CMS proprietari ed avverso a quelli open source, quanto piuttosto un invito alla consapevolezza, al prendere decisioni ponderate rispetto alla strategicità del sito web che state andando a realizzare, non ultimo a misurare attraverso queste informazioni la competenza e la professionalità della web agency che vi viene a proporre di realizzare un sito, magari usando una piattaforma open source senza informarvi di queste implicazioni.

Si fa presto a dire Web 2.0

La vostra azienda OK nel web 2.0Ormai si parla ogni giorno di web 2.0, anzi qualcuno è lanciato sul 3.0, ma i dati Istat divulgati a fine 2010,  sono purtroppo ancora oggi desolanti.

Ad oltre 16 anni dal debutto di internet, 6 imprese italiane su 10 possono dire di avere un sito web proprio. La cosa invece si fa drammatica quando al classico ‘sito vetrina’ si verifica quanti hanno aggiunto anche servizi, come cataloghi o listini online (4 su 10) i servizi più avanzati sono addirittura una chimera, solo 1 su 10 permette la personalizzazione di servizi, prodotti, order entry o accesso a servizi di post-vendita.

Riproponiamo quindi un tema, il web 2.0, ha rappresentato il passaggio dalla comunicazione alla possibilità di colloquio con il proprio pubblico di riferimento, da un processo monodirezionale ad uno bidirezionale. Un processo che va ben oltre l’adozione di strumenti software in ambiente web, ma che implica un vero e proprio processo di crescita culturale aziendale, un presidio degli strumenti online, per poter rispondere tempestivamente.

La cosa non si risolve semplicemente creando uno spazio aziendale su un social-network, che sia Facebook o Linkedin, e così troviamo l’azienda metalmeccanica con un profilo Facebook con 4 ‘amici’ e l’ultimo post vecchio di 2 anni, a questo punto meglio non esserci.

Una evoluzione in ottica web 2.0 implica il rispetto di alcune regole fondamentali:

- comunicare nei modi e nei luoghi coerenti con il proprio pubblico di riferimento;

- presidiare gli strumenti di interazione sul web;

- monitorare il ‘buzz’ (*) perché non sempre si parla dell’azienda e dei suoi prodotti nei luoghi che sono stati predisposti dall’impresa stessa;

- avere una policy corretta e coerente per gestire gli ‘eventi avversi’ nelle comunicazioni con il pubblico;

- offrire contesti di operatività B2B e B2C che semplifichino le interazioni con i propri clienti.

Schema di implementazione strumenti web 2.0

Condurre una azienda nel mondo del web 2.0, implica successivamente misurarsi con concetti come awareness e reputation, ed in questo ambito una impresa può attrezzarsi al proprio interno, oppure delegare ad una struttura esterna il presidio di questi servizi, beneficiando di una serie di aspetti positivi per l’azienda: costi certi, professionalità adeguate ai bisogni, tempi di risposta certificati e verificabili.

Internet è il media a più elevata misurabilità della redemption, giusto per fare un esempio: “posso solo presumere che una pagina pubblicitaria pubblicata su una rivista che vende 50.000 copie e con una readership di 150.000 lettori, nulla potrà mai assicurarmi che di quei 150.000 utenti una data quota percentuale si è soffermata sulla pagina advertising specifica, discorso analogo vale per le pubblicità televisive, come potrei fare ad essere sicuro che le persone davanti alla tv, al momento dello spot, sarà davanti al video e non approfitterà di quel momento per dedicarsi ad altro…”

Sono invece sicuro che i 36.104.462 utenti che hanno guardato il video di Evian sul canale di Youtube.com erano incollati davanti al monitor del loro pc, la redemption di una campagna ‘viral’ di questo su internet è di gran lunga più significativa e misurabile rispetto a qualsiasi altro strumento media.

In Italia, è ragionevole presumere, che a fronte della crisi, in realtà le aziende stiano perdendo terreno competitivo, dal punto di vista dell’advertising  e delle possibilità di penetrazione sul mercato per colpa del gap digitale rispetto agli altri principali competitors a livello europeo e mondiale.

SEO (Superare Enormi Ostacoli)

I servizi di search engine optimization

Mi hanno sempre incuriosito le società che da tempi non sospetti, proponevano servizi di promozione del page-rank nei motori di ricerca, raccontando di mirabolanti risultati, tesi a far ottenere il desiderato “posto in prima pagina”… ma se in prima pagina ci sono solo 10 posti e la stessa società propone in concorrenza con altre di promuovere un hotel a Rimini, dove ce ne sono almeno 100 ed a tutti propone lo stesso risultato… mah… e c’è chi paga per questo ?!?

Ora partiamo da un dato incontrovertibile, oltre l’80% delle ricerche sul web viene fatto nel mondo utilizzando Google, gli altri motori sono accessori, opzionali, i risultati delle ricerche vengono impaginati 10 per volta, e l’utente medio non supera la terza pagina nella consultazione delle risposte alle sue domande. Gli algoritmi (ovvero le regole) che i motori di ricerca, ma soprattutto Google, utilizzano per creare gli indici che sono alla base delle risposte alle richieste degli utenti della rete, si sono fatti di anno in anno più sofisticati, tesi a superare i trucchi, gli ‘accrocchi’ messi in opera dai cosiddetti SEO specialists, “link building” e “ghost pages” per rafforzare il page rank di un sito, ormai i meta-tag sono un trucco valido come lo sarebbe oggi un “australopiteco” se comparato con l’  “homo informaticus” .

Cari signori, vi stupirò con un effetto speciale, svelandovi un trucco, per far uscire la “Meccanica Rivabella” con i termini della sua ragione sociale ed un sito registrato come www.meccanicarivabella non serve una attività di SEO, basta fare un sito web pulito, con pochi contenuti testuali ed aspettare un paio di mesi che lo spider ed il crawler dei vari motori di ricerca facciano il loro ‘sporco lavoro’. Ma che vantaggio porterebbe in quel caso una attività SEO ? Per cercare una azienda conoscendo la sua ragione sociale, bastano le pagine gialle o il registro imprese, non certo una attività di Search Engine Optimization !

Ma se quella stessa azienda volesse essere rintracciabile per i suoi prodotti, per le caratteristiche delle lavorazioni svolte, questo è sicuramente un altro discorso… Fino a circa un anno fa, l’attività SEO era un lavoro tecnico, servivano programmatori  capaci e tecnicamente preparati, in grado di utilizzare dei sistemi di gestione dei contenuti (i cosiddetti CMS) ed integrare fogli di stile (CSS – Cascade Style Sheet) puliti e corrispondenti alle principali prescrizioni del W3C e del WAI, evitare per quanto possibile intro-pages o splash-pages realizzate con animazioni Flash tali da impedire e rendere impermeabile il sito all’indicizzazione dei motori di ricerca, inserire i contenuti testuali coerenti con i prodotti e servizi dell’azienda ed il gioco era fatto.

Oggi, non è più sufficiente, creare un sito web in grado di scalare le classifiche dei motori di ricerca, significa, oltre a ciò che ho detto poco sopra, anche studiare i contenuti testuali del sito secondo le logiche della semantica, evitando le ambiguità di significato delle parole, in sostanza pensare ad un vero e proprio copy-writing dedicato al mondo internet. Per fare ciò è necessario guardare la propria azienda con gli occhi dell’utente esterno, ovvero non come io descrivo i miei prodotti e la mia azienda, ma come la cercherebbe un utente tipo (colui che mi interessa raggiungere) con un livello di conoscenza leggermente inferiore al mio. Immaginate di andare da un fiorista e lui vi propone l’acquisto di un vaso di “Spermatofite Dicotiledoni” dubito che se non siete botanici potreste capire che stiamo parlando di un semplice Ciclamino.

Pensare semanticamente ai contenuti di un sito web, è uno degli aspetti che oggi può fare la differenza tra essere sui motori di ricerca e non esserci, il tutto senza pagare importanti cifre ai SEO specialists, ma limitandosi ad una attività di base di submission ed indexing del vostro sito presso i principali motori di ricerca.

Ricordate che ai motori di ricerca non piace chi bara, ed una attività contraria alle loro policy, può portarvi ad essere ‘bannati’ dai risultati delle ricerche per diverso tempo, la consulenza seria di professionisti sin dalla fase di progettazione di un sito web anche se a fronte di un costo iniziale apparentemente maggiore, produce significative economie nel corso degli anni e risultati di sicuro interesse.